Omero e il blu
Quando guardiamo il mondo diamo per scontato che tutti vedano i colori nello stesso modo. Negli ultimi anni, complice internet, è tornata virale la curiosa idea che gli antichi non vedessero il blu, che non percepissero i colori nel modo in cui lo facciamo noi. L’argomento si basa su un’osservazione prettamente linguistica: nei testi antichi, il blu e il verde vengono menzionati molto più raramente rispetto ad altri colori come il rosso, il bianco o il nero. Già nel 1800 lo studioso William Gladstone si era accorto, durante alcuni studi sulla percezione dei colori, che nell’Iliade e nell’Odissea, il blu, in particolare, trovava espressione in termini oscillanti tra una sfumatura che era più simile ad un nero (kyáneos) e una estremamente chiara (glaukòs). Effettivamente può sembrare strano che nelle descrizioni omeriche il cielo sia grande e ampio, stellato, di ferro o di bronzo, ma non si utilizzasse quindi un termine specifico per il blu: questo colore non aveva un nome proprio. In quella che sembrava una mancanza lessicale e semantica, Gladstone vide il segno di un’inadeguatezza, riconducibile a uno stadio arretrato della storia dell’umanità: durante l’età omerica, l’organo visivo, che si sarebbe poi sviluppato perfettamente nel corso dei secoli, era ancora in fase di sviluppo e quindi incapace di distinguere nettamente i diversi colori tra loro. Di questo fecero cavallo di battaglia anche i Nazisti nei loro studi sulla superiorità della razza ariana: gli antichi Germani tingevano di blu e di verde, quindi a differenza dei Greci e dei Romani distinguevano questi colori e quindi erano geneticamente superiori.
Gli studi antropologici
“Qui non discutiamo spesso di colore“: così rispose un abitante dell’isola di Bellona, in Polinesia, alle domande dei due antropologi danesi, Rolf Kuschel e Torben Monberg, che si basavano sulle tavole di classificazione cromatica sviluppate da Albert Munsell all’inizio del XX secolo. Per noi è normale distinguere tra blu e verde, tra rosso e arancione, e dare a ogni colore un nome preciso. Ma non tutte le lingue funzionano così. In alcune culture, esistono solo due parole per indicare i colori: una per i colori chiari e una per quelli scuri. In altre, il rosso è l’unico colore ben definito, mentre le altre sfumature vengono classificate in modo più vago. Gli abitanti di Bellona non usano una classificazione precisa dei colori come facciamo noi. Invece di dire “rosso” o “blu”, fanno riferimento a elementi naturali: il cielo per il blu, il sangue per il rosso. Questo suggerisce che il colore non è per loro un concetto astratto, ma qualcosa di legato all’esperienza concreta.
I ricercatori hanno scoperto che questa caratteristica non è unica di questo luogo. In molte culture tradizionali i colori non vengono separati in categorie rigide, ma vengono descritti in base alla loro funzione o associazione con oggetti familiari. La percezione del colore è influenzata senza ombra di dubbio dal linguaggio e dalla cultura. Diversi studi dimostrano che le categorie cromatiche variano significativamente tra le lingue, riflettendo una diversità culturale nella classificazione sensoriale. Ad esempio, gli Himba della Namibia distinguono perfettamente tra diverse tonalità di verde che per noi sembrano uguali, ma hanno difficoltà a distinguere il blu dal verde perché nella loro lingua non esistono parole diverse per questi due colori.
Il fatto che un colore non venga menzionato esplicitamente non significa assolutamente che non fosse percepito.
Gli studi linguistici dimostrano che molte lingue sviluppano le parole per i colori seguendo un certo ordine: prima arrivano il bianco e il nero, poi il rosso, seguiti dal giallo e dal verde, e infine il blu. Questo non significa che le culture senza una parola per il blu non lo vedessero, ma semplicemente che non lo consideravano un colore di particolare importanza e questo forse è legato alla sua rarità. La natura stessa ci fornisce poche fonti di blu: si tratta di uno dei colori più rari e si stima che solo l’1% degli animali e il 10% dei fiori che ci appaiono blu lo siano realmente.
Il blu nelle tavolozze antiche
L’argomento che gli antichi non vedessero il blu, però, è contraddetto da numerose prove archeologiche. Gli Egizi, per esempio, producevano il pigmento noto come “blu egizio” già nel 2200 a.C., usandolo per decorazioni artistiche e manufatti. Anche i Romani e i Greci distinguevano chiaramente il blu e lo usavano (più raramente) nella loro arte, per tingere i tessuti e nelle loro descrizioni, nonostante non fosse un colore molto apprezzato, considerato “da barbari”.
Gli antichi non ci hanno lasciato molte testimonianze scritte sul colore, un po’ come accade per gli abitanti dell’isola polinesiana di Bellona. Tuttavia, sebbene le fonti pervenuteci siano limitate, esse offrono spunti significativi. A parte i trattati filosofici come il De coloribus, attribuito alla scuola aristotelica, e alcune sezioni dei Meteorologica di Aristotele, gli scritti antichi che trattano di colore non si limitano a considerarlo come una semplice proprietà della natura, ma si concentrano anche sulla sua riproduzione e applicazione nelle tecniche artistiche e artigianali.
È possibile che molte riflessioni sul colore siano andate perdute nel corso dei secoli, ma ciò che è sopravvissuto dimostra che Greci e Romani non affrontavano il tema del colore solo dal punto di vista teorico o classificatorio. Il loro interesse era strettamente legato alla sua funzione pratica: dall’uso nelle arti figurative alla tintura di tessuti e metalli.
Sul versante artistico, informazioni preziose sulla gamma cromatica a disposizione dei pittori si trovano nel libro VII del De architectura di Vitruvio (I secolo a.C.) e nei libri 33-37 della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (I secolo d.C.). Vitruvio elenca tra i colori naturali l’armenium, un minerale proveniente dall’Armenia, e l’indicum, di origine vegetale e importato dall’India. Inoltre, descrive il caeruleum come un colore ottenuto artificialmente attraverso un processo complesso che coinvolge rame, sabbia e nitro. La produzione di questa tonalità di blu, inizialmente concentrata in Egitto, si era diffusa anche a Pozzuoli. Vitruvio si concentra sull’utilizzo dei colori nella pittura parietale, senza approfondire le diverse sfumature di ciascun pigmento. Al contrario, Plinio il Vecchio offre una classificazione più articolata. Nel suo resoconto, il caeruleum è una sabbia naturale, esistente in diverse varietà: egizia, scitica, puteolana e spagnola. In particolare, la versione scitica è descritta come modificabile in quattro tonalità diverse, dal più chiaro al più scuro.
Sembra che il colore che noi oggi chiamiamo “blu” fosse considerato parte della gamma cromatica utilizzata dai pittori antichi, almeno per come questi ultimi lo concepivano. Tuttavia, dalle testimonianze di Plinio e da quelle fonti andate perdute, ma che possiamo intuire attraverso i suoi scritti, emerge l’idea che il blu fosse percepito come un colore instabile, mutevole e cangiante. Proprio questa variabilità rendeva difficile offrirne una definizione univoca e assegnargli una posizione precisa nella tavolozza pittorica.
Dal momento che il colore aveva un ruolo fondamentale nelle tecniche di tintura e pittura, questa continua mescolanza di sfumature potrebbe aver influenzato la sua rappresentazione concettuale e la sua stessa definizione. Il blu, con la sua natura sfuggente e poco definibile in termini netti, si distingueva dagli altri colori, più stabili e facilmente categorizzabili.
Il colore dipende dal linguaggio?
Ma allora, il modo in cui vediamo i colori dipende dal linguaggio che parliamo? Gli scienziati discutono da tempo su questa domanda. Alcuni sostengono che la percezione del colore sia universale e basata sulla biologia: tutti gli esseri umani hanno gli stessi occhi e lo stesso cervello, quindi vedono i colori nello stesso modo; altri, invece pensano che il linguaggio abbia un’influenza importante: se una lingua non ha una parola per un certo colore, chi la parla potrebbe avere più difficoltà a distinguerlo.
L’idea che i colori siano universali è in parte vera, ma è altrettanto vero che il modo in cui li categorizziamo dipende dalla nostra cultura e dalla nostra lingua. Quindi sono le diverse società che attribuiscono un significato a un colore e gli danno un nome. E lo stesso colore potrebbe avere significati diversi a seconda dell’epoca del popolo che consideriamo
Questo ha implicazioni interessanti per la psicologia, l’antropologia e persino il design: chi lavora con il colore deve tenere conto di queste differenze culturali.
Fonti e approfondimenti
GLADSTONE, W., Studies on Homer and the Homeric age, Oxford University Press, Oxford 1858
KUSCHEL, R., MONBERG, T., “We don’t talk much of colour here: a study of colour semantics on Bellona Island”, Man IX, 1974
PASTOREAU, M., Blu, Storia di un colore, Ponte delle Grazie, 2002
ROMANO, E., Il lessico latino dei colori e la ‘cecità’ degli antichi verso il blu,
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